La Sagra di Masaccio, manifesto del Rinascimento

Il 19 Aprile del 1422, Domenica in Albis, di mattina, la piazza del Carmine a Firenze fu lo scenario di una manifestazione solenne. Vi si svolse la processione per la Consacrazione della chiesa conventuale i cui lavori d costruzione avevano preso avvio molto tempo prima, nell’anno 1268. La grande chiesa, allora come ora a navata unica, aveva una facciata disadorna ed anche in questo caso niente è cambiato da allora. Non aveva avuto infatti esito l’offerta della famiglia Ardinghelli di occuparsi della sua decorazione. Problemi economici avevano imposto loro l’abbandono dell’iniziativa. L’interno invece era molto decorato, con affreschi, tavole, arredi sacri. Tutta questa ricchezza di arte e di devozione sarebbe andata distrutta, ad eccezione delle cappelle del presbiterio, nel disastroso incendio del 1771 quando prese fuoco il tetto con capriate in legno coperto dalla nuova volta in costruzione che crollò, tra le fiamme, nella navata.

Alla Consacrazione della chiesa parteciparono tre vescovi, Amerigo Corsini, arcivescovo di Firenze, Benozzo Federighi di Fiesole e Antonio del Fede di Sovana. Nella processione vi era poi un infinito numero di cittadini (Vasari) tra i quali noti personaggi della mercatura e dell’umanesimo fiorentino come Niccolò da Uzzano, Giovanni di Bicci de’ Medici, Antonio Brancacci, Bartolomeo Valori, Lorenzo Ridolfi, ambasciatore della Repubblica fiorentina a Venezia, e vari artisti, fra i quali sono ricordati Masolino, Donatello, il Brunelleschi “in zoccoli” e Masaccio. Il pittore, di S.Giovanni in Altura, l’attuale S.Giovanni Valdarno, arrivato a Firenze da pochissimi anni, doveva a quel tempo ancora acquisire quel ruolo di primo piano nell’arte che avrebbe raggiunto di lì a poco. Frequentava già però l’ambiente artistico fiorentino, gli architetti e gli scultori, in particolare, mettendo a fuoco quello che sarebbe stato il suo modo di fare arte, rivoluzionando la pittura fiorentina ancora condizionata dalle eleganze e dai virtuosismi del gotico internazionale.

Masaccio, giovanissimo, osservò attentamente la scena della solenne processione che si snodò nella piazza, apprezzò gli indiscutibili valori pittorici e monumentali che l’eccezionale evento presentava e, di lì a poco, nel chiostro del convento,sopra la porta che va in chiesa (Manetti), ritrasse tutta la Sagra come ella fu … con i gentiluomini sopradetti di naturale anche la porta del convento, ed il portinaio con le chiavi in mano. Queste brevi notazioni del Vasari contengono in sé la chiave di lettura di tutta l’opera. Si trattò cioè di un affresco che rappresentava tutta la scena “com’ella fu” e quindi resa in modo veritiero, realistico così come il pittore l’aveva vista, e non più simbolica, come avveniva fino ad allora, tant’è che i personaggi erano raffigurati “di naturale”, quindi ritratti dal vero, altro fatto di notevole importanza, giungendo il pittore, che si ritrasse fra i partecipanti alla processione, sino a raffigurare anche episodi di estrema semplicità che davano un tocco ulteriore di verità quali la porta del convento col portinaio che teneva in evidenza le chiavi in mano. Viene in mente, di fronte ad un’opera classica di questo tipo, Fidia che a metà del V secolo a.C. sbalordì i contemporanei ateniesi per la novità profonda operata nel rappresentare la processione panatenaica, scolpita in marmo per il Partenone, distaccandosi dalla forma canonica dei personaggi messi in fila, ma dando spazio anche agli aspetti più spontanei, còlti nei preparativi, come il giovane che stenta a montare sul cavallo o il cavallo che, con repentino movimento della testa, scaccia i tafani fastidiosi. Tutte notazioni di verità che facevano diventare quegli altorilievi, sia pur nella ricerca appassionata del bello, non più icone perfette, bloccate, ma movimento, scena reale, idealizzata e al tempo stesso aperta a scorci di quotidianità e a momenti di espressione dei sentimenti.

Si dice che Masaccio abbia avuto modo di conoscere, in qualche modo, almeno i rilievi dell’Ara Pacis a Roma con la processione imperiale di Augusto, quando forse si recò a Roma nel 1423 per il Giubileo, anche se pare che allora i rilievi fossero ancora ricoperti dalle superfetazioni lasciate dal secolare abbandono.

Fatto sta che i pochi disegni e tutti parziali della Sagra, distrutta o nascosta alla vista dai primi del ‘600, dovuti anche alla mano di Michelangelo, rendono conto di una manifestazionje solenne, di alto valore religioso e civile, dove si vedono personaggi vigorosamente panneggiati che incedono nella piazza verso la chiesa o verso un ipotetico altare che potrebbe essere stato eretto vicino al sagrato. L’ombra proiettata alle spalle delle figure dal sole mattutino indica chiaramente la direzione di marcia della processione. Dai frammenti della scena ricostruibili da altri disegni si vede invece che altre persone erano nella parte opposta, con la chiesa alle spalle, ed incedevano verso quello che doveva essere il centro della manifestazione, costituito probabilmente appunto da un altare a cielo aperto.

Le fonti che poterono vedere direttamente sul muro della chiesa del chiostro del Carmine il grande affresco di verde terra non ne nascosero, nelle loro testimonianze, l’impatto emotivo e lo stupore che esercitava sui riguardanti. Storia maravigliosa d’artificio ad ogni intendente dice infatti Antonio Manetti nella seconda metà del ‘400, procissione con grande artifizio è detto nel libro di Antonio Billi d’inizio ‘500. Articolata è la descrizione che ne fa il Vasari nella seconda edizione delle Vite (1568) dove è detto fra l’altro: Questa opera ha in se molta perfezione , avendo Masaccio saputo mettere tanto bene in sul piano di quella piazza, a cinque e sei per fila, l’ordinanza di quelle genti, che vanno diminuendo con proporzione e giudizio, secondo la veduta dell’occhio, che è proprio una maraviglia; e massimamente che vi si conosce, come se fussero vivi, la discrezione che egli ebbe in far quegli uomini non tutti di una misura, ma con una certa osservanza che distingue quelli che son piccoli e grossi dai grandi e sottili; e tutti posano i piedi in sur un piano, scortando in fila tanto bene, che non fanno altrimenti i naturali. Il Vasari mette in risalto quindi la naturalezza delle figure e la verosimiglianza della rappresentazione dove la prospettiva brunelleschiana, che cominciava ad essere applicata a Firenze proprio in quegli anni, era interpretata dal geniale giovane pittore valdarnese perfettamente. Simili considerazioni fa anche Francesco Bocchi nelle Bellezze della città di Firenze del 1591 quando, sempre a proposito della Sagra, scrive: Ammirano gli artefici il gran sapere , che nella prospettiva mostra questo pittore perocché come è la natura di nostra vita, a cui le cose di lontano paion minori, e quelle maggiori all’incontro, che sono da presso: così con bella grazia diminuiscono a poco, a poco le figure, che sono discosto, e quelle che sono vicine, sono maggiori altresì, con tanto giudizio, e con tanta arte che non resta chi è intendente , di ammirare questa pittura, e lodarla sommamente.

Il Rosselli, infine, nel 1657, scrive: Fu consacrata l’anno 1422 a di 19 d’aprile ad istanza di messer Francesco Soderini da Monsignor Amerigo Corsini primo arcivescovo di Firenze, presenti messer Antonio del Fede carmelitano vescovo di Soana e messer Benozzo Federighi vescovo di Fiesole, la cerimonia della qual consecrazione , che fu celebrata con molta solennità e concorso di popolo, fu da Masaccio da S.Gio. pittore raro de’ suoi tempi dipinta eccellentemente a fresco nella facciata del chiostro, che è lungo la chiesa, con una infinità di figure, la maggior parte ritratti al naturale di uomini segnalati di quel tempo,aggiungendo che poi, purtroppo, la pittura fu levata e mandata in terra con dispiacere grande di tutti gli amorevoli del disegno intorno all’anno 1612 nella rinnovazione di quel chiostro. Analogo rammarico esprimerà Filippo Baldinucci nelle Notizie dei Professori del Disegno che dopo aver detto che Masaccio aveva dipinto di verde terra a chiaroscuro, sopra la porta di dentro il chiostro che va in convento, la tanto celebre storia di tutta quella funzione, figurando sul piano di quella piazza a cinque o sei per fila un gran numero di cittadini in atto di camminare in ordinanza con maravigliosa distinzione, e così ben posati, e con diminuire secondo la veduta dell’occhio così proporzionato, che fu cosa di maravigliaaggiunge: Ed io non penso mai a quest’opera, che io non mi dolga non so se io dica del tempo che tutto guasta e consuma, o dell’ignoranza o poco amore che hanno bene spesso gli uomini alle antiche memorie, che abbiano permesso che ricordanza si bella sia affatto perita per qualsisia anche urgentissimo bisogno , che ne abbia dato occasione.

Da queste ultime considerazioni sembrerebbe che non ci fossero state più speranze che fosse rimasta qualche traccia dell’affresco. Senonché in una precedente pubblicazione (1677, Le Bellezze della Città di Firenze) Giovanni Cinelli, commentando e ristampando la prima edizione dello stesso libro dovuta a Francesco Bocchi, diceva, a proposito dei ritratti contenuti nella Sagra, una cosa molto importante e cioè che: per riquadrare il primo Chiostro gli è stata alzata davanti una parete senza guastarli. Infine in un disegno citato dalle fonti ottocentesche e poi disperso in cui apparivano tre figure riprese dalla Sagra c’era una nota scritta in caratteri seicenteschi che precisava che la stessa era: hoggidì gettata a terra o coperta dall’intonaco.

Dunque rimaneva un’incertezza di fondo su quello che era veramente successo all’affresco della Sagra a partire dal 1597 quando, a causa della situazione di degrado del primo chiostro del Carmine, quello più antico a cui si accede dalla Piazza, erano cominciati, nel lato meridionale, i lavori di ricostruzione, finanziati dalla famiglia Michelozzi che aveva le sue case nell’Oltrarno: l’affresco, dunque, era stato distrutto, o era stato salvato dietro ad un muro, o era stato infine in parte distrutto e in parte era stato salvato? Vista l’importanza dell’opera, un dubbio di tal genere andava prima o poi risolto e ogni tentativo di recupero doveva essere espletato. Nel 1859 infatti i documenti d’archivio danno conto di una iniziativa in tal senso. Spinti da un lord, Seymur Kirkup, che altre iniziative per l’arte aveva intrapreso a Firenze, il priore del convento del Carmine Santi Mattei e altri personaggi del suo entourage programmarono ricerche nel chiostro allo scopo di verificare le speranze prospettate dal Cinelli. Ci fu uno scambio di lettere nel Dicembre di quello stesso anno fra il Ministero della Pubblica Istruzione, quello delle Finanze e quello degli Affari Ecclesiastici, allora con sede in Firenze, perché opportuni saggi fossero fatti in vista di un possibile recupero della celebre immagine. Effettivamente ai primi di Gennaio del 1860 i muratori erano al lavoro nel chiostro del Carmine. Visto che le fonti dicevano che l’affresco era sopra alla porta che va in chiesa (dal chiostro) o che va nel chiostro (dalla chiesa) i ricercatori naturalmente controllarono tutta la parete esterna della chiesa nel chiostro, in particolare intorno alla porta della zona a sud, porta che invece non aveva relazione alcuna coll’affresco essendo stata aperta dopo l’incendio del 1771. Trovarono effettivamente un soprammuro “forte di sassi e di calcina”, quello che, allora abbattuto e poi rifatto nella seconda metà del ‘900, ripiana ancora la superficie esterna della chiesa che invece è interrotta dai solidi contrafforti che si vedono nella parte alta della chiesa, costruito soprattutto a sostegno del loggiato superiore. I ricercatori trovarono tra questi due muri alcuni affreschi, avendo la conferma, vista la sottile intercapedine che era stata lasciata nei lavori del ‘600, della volontà di salvare le decorazioni. Purtroppo non fu trovata la Sagra ma opere attribuite a Pietro Nelli e a Filippo Lippi. Fra l’altro la demolizione del soprammuro, fatta in tale occasione, portò anche alla distruzione delle lunette seicentesche con storie carmelitane che decoravano anche quel lato del chiostro.

Nella relazione sulla conclusione delle ricerche stesa dalla Commissione incaricata del lavoro in data del 22 Settembre 1860, a firma Emilio Burci, Ulisse Forni e Carlo Pini, furono fatte alcune considerazioni sull’esito del lavoro svolto, con un curioso tentativo, forse per non voler dichiarare completamente fallita, agli effetti del risultato sperato, l’operazione, di considerare l’affresco di Filippo Lippi non la Sagra stessa, come qualcuno andava dicendo, ma almeno un’opera ancora più giovanile di Masaccio, sconosciuta e omessa dal Vasari nelle Vite degli artisti. Le ricerche di un’opera del genere intanto naturalmente avevano fatto notizia sulla stampa e autorità, artisti e critici d’arte famosi si erano interessati ai risultati dei lavori come appare da articoli sui giornali e da varie pubblicazioni d’arte.

L’esito infelice delle ricerche ottocentesche non mise fine tuttavia alla speranza di ritrovare l’affresco di Masaccio. Nel 1918 apparve sulla rivista fiorentina Il Marzocco, a data 11 Agosto e a firma del senatore Alessandro Chiappelli, una nuova ipotesi di ricerca secondo la quale, sempre rimanendo nel chiostro del Carmine, se ne doveva controllare il lato sud, là dove il loggiato costeggia il transetto di destra della chiesa. In effetti sempre dei muri della chiesa che davano sul chiostro si trattava, anche se non quelli della più probabile navata, muri dove, fra l’altro, poteva benissimo esserci stata un tempo una porta che dal chiostro andava in chiesa. La nuova ipotesi convinse il Ministero della Pubblica Istruzione che, con lettera del 25 Settembre al Soprintendente alle Gallerie di Firenze, invitava, vista la specialità del caso, ad intervenire per supportare l’Ufficio d’arte del Comune già impegnato nell’iniziativa di ricerca, alla quale, confidava il ministro stesso, non sarà d’ostacolo l’essere la Chiesa attualmente requisita dall’Autorità Militare. La nuova ipotesi fu comunque ribadita in un articolo a firma Giuseppe Bacchi comparso sulla Rivista Storica carmelitana del 1929 dove si parla anche di indagini che erano state condotte in quella parte del chiostro nel 1926, ma in modo, veniva detto, del tutto insoddisfacente.

Ancora una volta l’importanza dell’affresco che si andava intensamente cercando, anche ai più alti livelli istituzionali, fece sì che poco tempo dopo il Prof. Ugo Procacci mettesse mano ad un nuovo cantiere. Fu da lui controllato l’intonaco di quella zona e fu rintracciata una porticina tamponata, sovrastata da tracce di scalpellature per ridurre lo spessore del muro, che potevano far pensare all’esistenza un tempo di un affresco, poi buttato a terra. Di tutto ciò il Procacci, autore fra l’altro di studi approfonditi su Masaccio e sulla Sagra e del recupero di numerosi affreschi in altre zone della chiesa, dette conto in un articolo apparso sulla Rivista d’Arte del 1932 dove concludeva che i controlli fatti dovevano far considerare purtroppo l’affresco di Masaccio, un tempo sopra tale piccola porta, definitivamente perduto.

In effetti l’argomento Sagra passò ad un certo punto in secondo piano, fino ad essere quasi dimenticato o generalmente liquidato in letteratura come opera perduta, anche se in qualche occasione, in qualche scritto, trapelava ancora la speranza che da qualche parte, un giorno, ne potesse riapparire almeno qualche traccia.

Per fortuna però della Sagra, ancorché fosse andata perduta, come generalmente si riteneva, rimanevano alcuni disegni, anche di Michelangelo, sue opere giovanili di fine ‘400, e di altri artisti del ‘500, che sia pur parzialmente ci davano un’indicazione più che sufficiente della bellezza dell’originale. Mi sembrò quindi opportuno che una tale documentazione sia pur frammentaria, sia pur ridotta, di un’opera di tale importanza meritasse di essere raccolta in un libro con breve testo che contenesse anche le citazioni antiche sull’affresco, insieme ad alcune notizie essenziali sull’artista e sull’arte del suo tempo a Firenze, sì che fosse disponibile un agile strumento di consultazione. Ciò realizzai in un volumetto che fu stampato nel 1998. In questo volume volevo semplicemente aggiungere, per completezza d’informazione, il luogo dov’era la Sagra, cosicché chi visitava il Carmine poteva sapere che in quel chiostro, in quel punto, sopra a quella porta c’era un tempo un’opera straordinaria davanti alla quale i maggiori artisti fiorentini, e non solo, del ‘400 e del ‘500 avevano sostato in ammirazione e si erano esercitati sull’eccezionale testo figurativo. Qui cominciarono le difficoltà perché mi resi conto che nessuno sapeva con esattezza dove la Sagra perduta si trovasse un tempo. Per tentare una collocazione, valendomi delle antiche fonti, cominciai allora a controllare le vecchie vedute di Firenze e nella famosa Carta della Catena, e ancor più in una veduta di Firenze, coeva, conservata presso la Bridgeman Art Library di Londra, vedute che dall’alto del colle di Monteoliveto e Bellosguardo fanno vedere tutta la città e in particolare, in primo piano, proprio il sottostante chiostro del Carmine, mi accorsi delle differenze notevoli tra il chiostro in cui operò Masaccio e quello seicentesco, quello che tuttora si vede. In particolare balzava subito agli occhi che nel ‘400 il loggiato lungo la chiesa arrivava quasi fino alla Piazza del Carmine, dalla quale era separato solo da uno stretto edificio, che mi hanno spiegato gli studiosi dell’Ordine, doveva essere l’abitazione del padre guardiano che, per i carmelitani, era anche il priore. Circa 10 metri del chiostro erano dunque spariti nel ‘600, occupati dal braccio Nord del chiostro nuovo. Da nessuna parte avevo letto o sentito dire che nelle ricerche condotte in passato si fosse indagata anche quella parte del convento, basilare, fra l’altro, per ogni indagine di tale tipo. Facile concludere allora che anche e soprattutto questa parte dovesse essere indagata per poter arrivare a dire che le ricerche della Sagra erano veramente concluse. Dico soprattutto perché dalle fonti traspare più volte l’indicazione che l’affresco di Masaccio era nella zona a tramontana del vecchio chiostro e che sparì nel 1612 quando per l’appunto furono ultimati i lavori proprio in quella zona con la costruzione del braccio a Nord. La riquadratura del chiostro, parola che ricorre spesso riguardo a questo argomento, aveva fatto sì, purtroppo, che tale nuovo braccio andasse a cadere in quella zona del muro della chiesa che fu nascosto alla vista e divenne proseguimento dell’antico ingresso con volta a botte che, secondo me, è proprio quella affrescata da Masaccio, sfuggita ai vari controlli dell’800 e ‘900 che hanno preso in considerazione solo lo spazio del chiostro attuale.

Tale ipotesi portò alla nuova fase di ricerche condotte dal Prof. Francesco Gurrieri, Presidente del Centro d’Ateneo per i Beni Culturali, che, a capo di un gruppo di ricerca, condusse le indagini preliminari non invasive coll’aiuto della Ditta Editech, alle quali partecipò anche l’Opificio delle Pietre Dure. La termografia permise di fare una scoperta decisiva: fu rintracciata proprio nella parete della chiesa, ora occupata dal braccio Nord del chiostro e percorsa dal lungo androne d’ingresso, una porta tamponata, che tutto lascia pensare sia la famosa porta che va in chiesa, coll’affresco sopra, citata da varie fonti antiche e a lungo cercata nel corso dei secoli.

Ora siamo alla verifica dei fatti con le ricerche sui muri che stanno per cominciare a cura del Comune, proprietario dell’immobile. Sono convinto che il punto sia quello ipotizzato e comunque, risultando non essere mai stato indagato, il controllo va assolutamente fatto. Si tratta ora di vedere se i lavori di trasformazione eseguiti nel ‘600 e successivamente hanno lasciato almeno qualche traccia dell’opera il cui ritrovamento, anche sotto forma di piccolo lacerto, sarebbe comunque cosa di straordinario interesse per una serie di considerazioni che consentirebbe di fare e perché porrebbe fine ad una querelle secolare. Non sarà male coll’occasione di queste nuove ricerche dare un’occhiata anche alla facciata interna dell’antico ingresso al chiostro, facciata tuttora leggibile, sia pure dietro le strutture del braccio conventuale aggiuntovi nel ‘600, chiarendo così anche quelle diversità che appaiono nelle fonti quando dicono, talune, che l’affresco era sopra la porta che dal chiostro va in chiesa, e, talaltre, semplicemente che era sopra la porta che va in convento (dalla chiesa o dalla piazza?).

Non so cosa verrà fuori da questa fase ultima e decisiva delle ricerche. Si spera che la parte alta dell’affresco, se lì fu dipinto, sia rimasta intatta, sul muro della chiesa, protetta fra l’estradosso della volta a botte e il soprastante pavimento. Quello che è certo comunque, e lo trovo molto positivo, è che la Sagra sta riacquisendo già un suo ruolo nella storia dell’arte la cui conoscenza ci aiuta a capire meglio l’inizio del Rinascimento nelle arti figurative e cosa fosse di straordinario la Firenze artistica degli anni ’20 del ‘400.

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